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La paura del silenzio: perché la nostra mente inventa bugie pur di avere ragione

05/11/2026 19:02

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La paura del silenzio: perché la nostra mente inventa bugie pur di avere ragione

La paura del silenzio: perché la nostra mente inventa bugie pur di avere ragione A cura di: AIPC, Associazione Italiana di Psicologia e Criminologia,

La paura del silenzio: perché la nostra mente inventa bugie pur di avere ragione

 

A cura di: AIPC, Associazione Italiana di Psicologia e Criminologia, Centro Italiano di Psicotraumatologia Relazionale, AIPC Editore 2026.

Autori: Massimo Lattanzi, psicologo psicoterapeuta PhD, e Tiziana Calzone, psicologa psicoterapeuta, AIPC.

 

Abstract

Il presente lavoro analizza la tendenza intrinseca dell’architettura cerebrale a saturare l’assenza di dati oggettivi mediante la strutturazione e il consolidamento di convinzioni rigide. Inquadrato nella cornice del cervello predittivo (predictive coding), lo studio evidenzia come l’assenza assoluta di segnale costituisca una condizione di massima entropia ed errore di predizione, neurobiologicamente intollerabile per l’organismo. Viene illustrata l’asimmetria sinaptica tra la codifica di una credenza affermativa e il dispendio energetico richiesto per la sua soppressione, approfondendo il paradosso dei processi di monitoraggio automatico inconscio. L’articolo conclude delineando la necessità clinica di superare gli interventi correttivi basati sulla smentita logico-verbale a favore della co-costruzione di schemi operativi affermativi, integrati a livello somatico e relazionale.

 

L’impossibilità per il cervello umano di elaborare il “niente” o il vuoto assoluto trova una rigorosa spiegazione teorica all’interno del paradigma computazionale del cervello predittivo. Il sistema nervoso centrale opera come un generatore probabilistico costantemente teso ad anticipare gli input sensoriali provenienti dall’ambiente e dai visceri, al fine di minimizzare l’errore di predizione e mantenere l’integrità omeostatica dell’organismo.

In tale quadro neurofunzionale, l’assenza totale di informazione, il non-evento o il vuoto semantico rappresentano una condizione critica: uno stato di massima incertezza ed entropia computazionale. Dinanzi al vuoto di coordinate, il cervello non entra in quiescenza; al contrario, le reti di default (Default Mode Network) e le aree associative si attivano spontaneamente per saturare lo spazio percettivo e cognitivo. Il sistema proietta memorie, inferenze, scenari ipotetici o nessi causali arbitrari, pur di rimpiazzare l’indeterminato con una forma definita. Da questa urgenza biologica prende origine il fenomeno della fissazione delle convinzioni.

La genesi e la stabilità delle convinzioni, siano esse adattive o disfunzionali, poggiano su una fondamentale asimmetria neurobiologica:

Una convinzione si consolida mediante circuiti sinaptici rinforzati secondo il modello della plasticità hebbiana. L’affermazione di un modello della realtà edifica una configurazione neurale concreta e a basso consumo metabolico. Al contrario, la negazione di una convinzione non genera un circuito neurale dedicato al “non-fatto”, ma richiede una costante attività di inibizione prefrontale volta a reprimere il circuito sottostante. Modificare o tentare di estinguere uno schema disfunzionale attraverso la semplice negazione concettuale comporta un lavoro energivoro insostenibile sul lungo periodo.

A ciò si aggiunge il meccanismo descritto dalla teoria dei processi ironici del controllo mentale. Quando un individuo tenta coscientemente di respingere una credenza radicata imponendosi di “non crederci” o “non averne paura”, il sistema cognitivo attiva due istanze simultanee: un processo esecutivo conscio che tenta di orientare l’attenzione su stimoli alternativi, e un circuito di monitoraggio implicito che verifica costantemente se l’idea disturbante sia ancora presente. Per compiere tale verifica, il monitoraggio deve continuare a richiamare la traccia latente della convinzione che si voleva eliminare, mantenendola paradossalmente attiva, accessibile e pronta a riemergere.

La credenza assume dunque il ruolo di baluardo contro il vuoto epistemico. Per l’economia della sopravvivenza, la mente predilige una convinzione rigida, limitante o persino persecutoria rispetto alla paralisi generata dall’assenza totale di riferimenti. Un modello interpretativo saldo, seppur clinicamente disfunzionale, offre un piano di azione comportamentale e un orientamento motorio immediato; l’assenza di coordinate blocca il sistema. Nei contesti di intervento clinico e psicotraumatologico, pertanto, ogni tentativo di de-costruzione che si limiti alla smentita verbale o alla confutazione logica risulta sterile. La risoluzione terapeutica richiede l’elaborazione neurofisiologica della minaccia sottostante e l’introduzione progressiva di nuovi modelli affermativi incarnati, capaci di saturare positivamente la fisiologica necessità di orientamento del cervello.

 

Riferimenti bibliografici essenziali

Lattanzi, M., Calzone, T. (2025). Manuale di Psicotraumatologia Relazionale. Roma: AIPC Editore.

Clark, A. (2013). Whatever next? Predictive brains, situated agents, and the future of cognitive science. Behavioral and Brain Sciences, 36(3), 181-204.

Hebb, D. O. (1949). The Organization of Behavior: A Neuropsychological Theory. New York: John Wiley & Sons.

Wenzlaff, R. M., & Wegner, D. M. (2000). Thought suppression. Annual Review of Psychology, 51(1), 59-91.

 

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