Sintesi webinar “Dalla disregolazione emotiva al passaggio all'atto: la valutazione clinica del rischio”
Il 15 maggio 2026, dalle ore 17:30 alle ore 18:30, si è tenuto il secondo webinar del ciclo formativo organizzato da FCP e AIPC, intitolato "Dalla disregolazione emotiva al passaggio all'atto: la valutazione clinica del rischio". L'evento ha riscosso un grande interesse, registrando la partecipazione di oltre 250 professionisti e appassionati del settore.
A guidare l'incontro è stato il dott. Massimo Lattanzi, psicologo, psicoterapeuta e PhD, che dal 2001 coordina, insieme alla dott.ssa Tiziana Calzone, l’Associazione Italiana di Psicologia e Criminologia (AIPC). Questa realtà, costituita come Ente del Terzo Settore (ETS), opera attraverso dipartimenti specializzati nello studio e nel contrasto della violenza interpersonale, con un focus elettivo sulla ricerca scientifica applicata e sull'analisi degli omicidi familiari, letti attraverso la lente della psicotraumatologia relazionale e della profilazione della familiarità.
La narrazione clinica e criminologica proposta durante il webinar si fonda su un solido paradigma empirico: dal 2012, infatti, l'attività di profilazione e intervento dell'AIPC si avvale di dati oggettivi raccolti tramite strumenti psicodiagnostici validati e misurazioni psicofisiologiche effettuate con il biofeedback. Quest'ultimo consente di monitorare i parametri della disregolazione emotiva e di analizzare la capacità dell'individuo di permanere all'interno della propria "finestra di tolleranza", offrendo una base scientifica e rigorosa alla comprensione dei fenomeni legati al trauma e all'agito violento.
Il dott. Lattanzi ha introdotto il tema con una riflessione: di solito, di fronte a una diagnosi medica, ci si aspetta una precisione quasi ingegneristica. Se qualcuno si rompe un braccio, i raggi X mostrano una linea bianca frastagliata sull'osso; il medico la indica e la diagnosi è servita. È un meccanismo rassicurante perché binario: rotto o non rotto. Agli esseri umani piace che i problemi siano visibili ed etichettabili in modo inequivocabile. Tuttavia, quando si entra nel mondo del neurosviluppo, del trauma psicologico o della criminologia clinica, quel panorama rassicurante svanisce, lasciando il posto ad "acque fangose" fatte di ombre e nebbia.
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Le radici biologiche e l'epigenetica del trauma
La violenza inizia a un livello microscopico, spesso sotto la superficie della consapevolezza, dove il sistema nervoso perde la capacità di autoregolarsi a causa di traumi relazionali non elaborati. Questo processo può avere origine già nella vulnerabilità prenatale: se l'ambiente uterino viene inondato di cortisolo a causa dello stress materno, il sistema nervoso del bambino si "setta" in una modalità di allerta perenne.
L'epigenetica ci spiega come le esperienze traumatiche lascino marcatori chimici sul DNA, capaci di accendere o spegnere determinati geni e alterare l'architettura cerebrale. È lo stesso meccanismo di un computer nuovo con un software antivirus ipersensibile già saldato nel disco rigido: il sistema va in overclock e si blocca nel tentativo di difendersi da operazioni banali, percepite però come attacchi letali. Non si tratta di determinismo biologico o di un alibi per l'aggressore, ma di una vulnerabilità latente che richiede contesti specifici per manifestarsi. Riconoscerla sposta il focus sulla responsabilità della prevenzione: se un motore tende a surriscaldarsi, la soluzione è installare un sistema di raffreddamento migliore.
La meccanica della perdita di controllo e il C-PTSD
Per capire come si inneschi la violenza, il concetto di "finestra di tolleranza" diventa fondamentale. Se il bacino idrico di una diga è già colmo per anni di traumi accumulati, basta una goccia — una parola fuori posto o una banale frustrazione nel traffico — per far crollare l'intera struttura. Questo stato di fragilità è spesso il risultato del trauma complesso (C-PTSD), che differisce dal PTSD classico perché origina da abusi, abbandoni o negligenze prolungate nel tempo, frequentemente vissute nell'infanzia.
In questi casi avviene un vero e proprio "sequestro emotivo": di fronte a una minaccia, anche solo percepita, la corteccia prefrontale — che rappresenta il freno a mano logico e razionale del cervello — si disattiva improvvisamente. L'amigdala prende così il controllo totale. Si tratta di un meccanismo ancestrale, utilissimo per fuggire da un predatore nella giungla, ma che si rivela disastroso se attivato in un salotto durante una discussione coniugale, dove sfocia inevitabilmente nel passaggio all'atto violento e nella perdita del controllo degli impulsi dovuto a una finestra di tolleranza diventata estremamente stretta.
Ascolta il podcast sul canale AIPC Editore su Spotify, MENTE|CRIMINE|TRAUMA: “Ascolta il podcast webinar “Dalla disregolazione emotiva al passaggio all'atto: la valutazione clinica del rischio". Clicca sul link: https://open.spotify.com/episode/4MFwd4U00xZc6eWIKYoClU?si=xzirYdFpRTqq0LJTdsG0VQ
Il legame traumatico (Trauma Bonding)
Quello che spesso viene superficialmente etichettato come "amore malato" è in realtà una trappola biochimica. Nel legame traumatico (trauma bonding), il cervello della vittima fonde il terrore della violenza con i momenti di falso affetto e pacificazione forniti dal maltrattante.
Questo ciclo distruttivo genera fluttuazioni ormonali estreme tra il cortisolo (l'ormone dello stress) e la dopamina (il neurotrasmettitore della ricompensa), strutturando una vera e propria dipendenza clinica del tutto simile a quella da oppiacei. Di conseguenza, quando la vittima tenta di allontanarsi, sperimenta crisi di astinenza neurologica reali e dolorose. Comprendere a fondo questo meccanismo permette di annullare qualsiasi giudizio morale sulla presunta "debolezza" della vittima: non si tratta di una scelta consapevole, ma di biochimica pura.
La Piattaforma gratuita V.I.S.T.A.®
Poiché nelle fasi di crisi acuta la parte razionale della persona è silente, la prevenzione non può basarsi esclusivamente sul colloquio verbale. Diventa invece necessario affidarsi all'oggettività della Piattaforma V.I.S.T.A.® (Valutazione Integrata Stress, Trauma e Agito). Si tratta di un ecosistema digitale appositamente sviluppato dall'AIPC per diagnosticare e monitorare il rischio relazionale. La piattaforma analizza il rischio clinico concentrandosi sulla disregolazione emotiva e sull'ampiezza della finestra di tolleranza nel C-PTSD, agendo così in modo mirato per prevenire i comportamenti impulsivi.
Per accedere al servizio è sufficiente cliccare sul link: https://pci.jotform.com/form/261244558694366, compilare la scala e inviarla per ricevere gratuitamente il proprio profilo. Se si riscontra la necessità di un'analisi più dettagliata, è possibile scrivere all'indirizzo email aipcroma@gmail.com. Inoltre, per chi desidera sostenere la continuità e lo sviluppo del progetto, è possibile effettuare una donazione tramite PayPal direttamente online.
È fondamentale sottolineare che la Piattaforma V.I.S.T.A.® rappresenta uno strumento di screening digitale finalizzato a fornire un’indicazione sul proprio stato di benessere e sul livello di rischio relazionale. Pertanto, i risultati ottenuti non possono in alcun modo sostituire il parere, la diagnosi o l'intervento diretto di professionisti della salute mentale o del settore clinico-forense. L’autovalutazione deve essere intesa esclusivamente come un primo passo di consapevolezza verso un eventuale approfondimento specialistico.
Nel corso dell'evento è stato presentato, a titolo esemplificativo, un referto basato su un punteggio V.I.S.T.A. Plus pari a 55/80, che delinea un quadro di Allerta Imminente. Questo specifico profilo indica un rischio elevato di passaggio all'atto grave, inteso non come una scelta deliberata o pianificata, ma come un'esplosione impulsiva causata dal totale esaurimento delle capacità individuali di gestione dello stress.
Il monitoraggio avviene attraverso 5 Aree di Analisi fondamentali:
- Risonanza traumatica: Valuta quanto il passato stia ancora "inquinando" il presente.
- Disregolazione emotiva: Analizza se il sistema nervoso oscilla pericolosamente tra la rabbia acuta e il distacco emotivo.
- Invisibilità sociale: Misura il senso di "morte sociale" e la percezione di una totale mancanza di valore personale.
- Automedicazione (STAS): Verifica l'eventuale ricorso a sostanze o a comportamenti compulsivi per sedare il dolore psicologico.
- Acting out: Esamina la tendenza oggettiva al passaggio all'atto violento.
Durante il dibattito è stato fortemente enfatizzato il ruolo dell'isolamento sociale come potente catalizzatore del disastro relazionale, ribadendo l'importanza cruciale di integrare strumenti digitali e fisiologici per intercettare l'acting out. Il vero cambio di paradigma risiede nella transizione da una prevenzione reattiva, che si limita a "rincorrere le conseguenze", a una prevenzione proattiva che "cura le cause", identificando i segnali di allerta impressi nel sistema nervoso autonomo molto prima che il reato venga commesso.
I tre gradienti del rischio
La violenza non si manifesta mai come un evento improvviso e imprevedibile, ma segue una progressione misurabile attraverso tre gradienti specifici:
- Gradiente di rischio: Aumenta proporzionalmente con il livello di familiarità (coinvolgendo partner o parenti stretti).
- Gradiente di vulnerabilità: È strettamente legato alla storia personale e alla presenza di traumi complessi.
- Gradiente di inconsapevolezza: Riguarda la difficoltà della vittima nel riconoscere il pericolo reale, spesso a causa di un processo di normalizzazione dell'abuso subìto.
Per tracciare in modo inequivocabile i parametri fisiologici involontari legati a questi gradienti, la ricerca e la clinica si servono del biofeedback, monitorando tre indici chiave:
- SMG (Elettromiografia): Rileva le tensioni muscolari croniche, tipiche di un corpo costantemente pronto a ricevere un colpo.
- GSR (Risposta Galvanica): Registra le immediate scariche di allerta del sistema nervoso attraverso le variazioni della sudorazione cutanea.
- HRV (Variabilità della Frequenza Cardiaca): Mentre un cuore sano si adatta fluidamente agli stimoli ambientali, un HRV "rigido" rappresenta il segno inequivocabile di un sistema nervoso traumatizzato e impossibilitato a mediare lo stress.
Prevenzione e interocezione
La vera via d'uscita clinica risiede nell'interocezione, ovvero nell'allenare la capacità del paziente di decodificare i segnali interni del proprio corpo. Questo allenamento mira a creare una "biforcazione": quel frammento infinitesimale di secondo tra lo stimolo scatenante e la reazione violenta in cui diventa finalmente possibile inserire una pausa di consapevolezza. Il percorso terapeutico deve quindi insegnare a un corpo abituato a vivere nel terrore a compiere l'operazione più difficile: "tollerare la sicurezza" e imparare a sopportare la calma, uno stato che il cervello traumatizzato, inizialmente, percepisce paradossalmente come una minaccia.
Conclusione
In conclusione, l'evento ha registrato una straordinaria partecipazione attiva: i presenti hanno interagito con l'esperto ponendo domande estremamente puntuali e specifiche, dimostrando un profondo interesse per la complessità delle tematiche trattate. Il pubblico ha espresso unanime e vivo apprezzamento sia per l'elevato valore scientifico dei contenuti proposti, sia per il forte carattere innovativo degli strumenti digitali e psicofisiologici presentati, riconosciuti come risorse pionieristiche e fondamentali per l'efficace prevenzione e il contrasto delle relazioni disfunzionali e violente.
Appuntamento al 12 giugno 2026 alle ore 17:30.
Contatti e supporto:
Sito: www.associazioneitalianadipsicologiaecriminologia.it
E-mail: aipcitalia@gmail.com
WhatsApp: 3924401930 (attivo dal lunedì al sabato, ore 11:00 - 16:00)
